I PRIMI PASSI VERSO L'INTEGRAZIONE




L’idea che il continente europeo potesse raggiungere una qualche forma d’integrazione oltre la struttura rappresentata dagli Stati nazionali, non appartiene a questo secolo. Già, infatti, alcuni filosofi settecenteschi come Kant o l’Abbé de Saint–Pierre vi avevano pensato. Era la formula nota come “Stati Uniti d'Europa”, secondo l’espressione di Victor Hugo. Infatti, grazie all’evoluzione del diritto internazionale si era potuti arrivare alla nascita di un’embrionale rete di consuetudini ed Istituzioni, rafforzata dal cosmopolitismo della società europea di quel tempo. Fu solo tuttavia nel corso del Novecento, sotto la spinta dei due conflitti mondiali e dei totalitarismi che quest’idea prese pienamente corpo. Già nel 1944 la Gran Bretagna promosse l’idea di una Western Union, la quale però non avrebbe dovuto andare oltre la collaborazione intergovernativa, caratteristica questa, che si rifletterà costantemente nell’atteggiamento britannico verso le Istituzioni europee. Di ben maggiore importanza fu tuttavia il Manifesto Europeista di Ventotene redatto nel 1941 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, i quali avevano tracciato il profilo di un’Europa federale. Le motivazioni alla base del rafforzamento dei legami tra gli Stati europei trovavano le proprie radici nella volontà di arginare definitivamente la serie di guerre che aveva devastato il continente europeo, la cui ultima espressione era stata l’aspra rivalità franco-tedesca, una delle cause dello scoppio delle guerre mondiali. Infatti, vi era la necessità di riprendersi da un periodo di conflittualità che aveva avuto inizio nei primi anni del Novecento, per poi esplodere fragorosamente nei due conflitti mondiali. Inoltre, il nascente bipolarismo, con il predominio territoriale e militare dell’Unione Sovietica (specie negli Stati orientali) metteva a nudo la fragilità dei vecchi Stati europei. Infine, vi era la necessità materiale di aiuti per le economie europee, le quali dovevano recuperare la propria capacità produttiva. Queste esigenze si tradussero sul piano politico nella ricerca e nella formazione di alleanze, quali il Trattato franco-britannico di Dunkerque del 1947 e il Patto di Bruxelles del 1948. Sul piano economico si concretarono invece nel cosiddetto Piano Marshall, vera denominazione dello European Recovery Program, un programma americano di aiuti per le economie del vecchio continente.

Nel gennaio 1949 venne creato anche il Consiglio d’Europa, organismo fondato da Francia, Regno Unito, Belgio, Danimarca, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Svezia e Irlanda, con una funzione esclusivamente consultiva. Lo scopo di questa organizzazione internazionale era quello di favorire la creazione di uno spazio democratico e giuridico comune in Europa, al cui interno fosse assicurata la tutela dei diritti umani e dell’individuo. Va tuttavia sottolineato come questo organismo sia rimasto sempre al di fuori del quadro istituzionale della Comunità europea.

Infine, nel mese di aprile del 1949 venne firmato il Patto Atlantico, l’Alleanza difensiva dei Paesi occidentali contro la minaccia sovietica, completata dopo lo scoppio della guerra di Corea del giugno 1950 dal braccio militare dell’Alleanza, la NATO.

I primi Trattati

In questi primi anni del secondo dopoguerra, l´idea della casa comune europea veniva così a saldarsi con la situazione politica internazionale. Ciò era ancora più importante in Italia, nazione sconfitta, dove l’inserimento del Paese nelle strutture atlantiche veniva presentato dalle due maggiori personalità dell’epoca, Alcide de Gasperi e Carlo Sforza, come complementare al disegno europeo che aveva cominciato a delinearsi con la creazione del già citato Consiglio d’Europa.

La fortuna dell’Europa risiedeva, in quegli anni cruciali, nella presenza di grandi statisti. Accanto agli italiani, A. De Gasperi e A. Spinelli su tutti, meritano un loro posto nel pantheon europeo il presidente tedesco K. Adenauer, il belga P. H. Spaak, e i francesi R. Schuman e J. Monnet.

Proprio Spinelli e Monnet incarnano le due principali correnti di pensiero che sono all’origine del processo d’integrazione europea.

Il primo, infatti, può essere ricondotto alla corrente federalista, i cui membri auspicavano il passaggio diretto di competenze prima politiche e successivamente economiche alle nasciture Istituzioni europee, nonché un rapporto di complementarietà fra i poteri locali, regionali, nazionali ed europei.

Il secondo può essere ascritto alla corrente funzionalista, favorevole a una graduale cessione di porzioni di sovranità all’Europa, cominciando dalle Istituzioni economiche.

In questa luce va letta la dichiarazione del Ministro degli esteri R. Schuman, fatta il 9 maggio 1950 (giorno riconosciuto come la festa dell’Unione Europea), il quale proponeva la messa in comune delle risorse carbosiderurgiche francesi e tedesche, al fine di creare "un’Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possano aderire gli altri Paesi europei". Ciò aveva come fine primo la condivisione delle risorse necessarie all’industria pesante e a quella bellica, localizzate lungo il confine franco-tedesco; ma altresì mirava a creare le premesse di un’unione economica degli Stati europei.

Alla proposta Schuman aderirono anche Italia, Belgio, Paesi bassi e Lussemburgo, cosicché si arrivò alla firma, il 18 maggio 1951, del Trattato della Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio (CECA), primo mattone nella costruzione della casa comune europea.

Il Trattato, della durata cinquantennale (entrato in vigore nel 1952 e scaduto nel 2002 non è più stato rinnovato, essendo state le sue competenze progressivamente assorbite dall’ Unione Europea), aveva come principale obiettivo quello di “sottrarre” agli Stati alcuni poteri, limitatamente al controllo delle materie carbosiderurgiche, affidandone la gestione ad un’Alta Autorità indipendente, con sede a Lussemburgo e con il compito di far rispettare regole comuni nella produzione e nel commercio di carbone e acciaio. Le decisioni dell’Alta Autorità erano vincolanti per gli Stati membri, dunque la CECA si configurò come un’entità sovranazionale.

Accanto a questa, la struttura istituzionale prevedeva un Consiglio speciale dei ministri, un’Assemblea comune dei rappresentanti dei Parlamenti nazionali, ed una Corte di giustizia.

La creazione della CECA veniva a comporre un quadro politico-istituzionale nel quale le componenti militari erano fornite agli Stati europei dall’appartenenza al blocco occidentale, mentre il rafforzamento dei legami economici era assicurato dai primi passi delle Istituzioni europee.

Proprio per superare questa carenza, e sull’onda dell’entusiasmo generato dalla CECA, nel 1952 vennero firmati gli accordi istitutivi della Comunità europea di difesa (CED), le cui origini possono essere rintracciate nel piano presentato dal presidente del Consiglio francese R. Pleven nel 1950.

La CED prevedeva la creazione di un esercito europeo integrato sotto comando comune, con la partecipazione per la prima volta dalla fine della guerra di reparti tedeschi, fatto che generava apprensioni soprattutto da parte francese. Inoltre, l’articolo 38 del Trattato CED, conteneva la proposta fatta dalla diplomazia italiana per la creazione di un organo rappresentativo, così da trasformare la CED in comunità politica.

A causa delle tensioni insite in questo progetto, tale accordo nell’agosto 1954 non venne ratificato dalla stessa Assemblea parlamentare francese. Ciò rappresenta il primo scacco sulla strada dell’integrazione europea.

Le spinte federaliste si attenuarono, mentre prese piede l'idea di riprendere il cammino europeo attraverso una graduale integrazione economica fra gli Stati della CECA, così da poter procedere, in una seconda fase, verso una vera e propria unione politica. In questa occasione la Francia, dopo il rifiuto della CED, non poteva più assumere il ruolo di guida dell’integrazione economica come era stato per la CECA.

Perciò il rilancio europeo venne affidato al Piano Beyen, teso a promuovere l’unità economica, cui seguì la conferenza dei Ministri degli esteri della CECA di Messina (promossa dal Ministro degli esteri italiano G. Martino).

In questa sede venne istituito un Comitato, guidato dal Ministro degli Esteri belga, Paul-Henri Spaak, con il compito di delineare gli obiettivi e gli strumenti per proseguire nella costruzione comunitaria. Alla seguente riunione dei Ministri CECA a Venezia, nel 1956, furono approvate le proposte per l’istituzione di una comunità economica e di una comunità per l’energia atomica.

I negoziati si protrassero fino al 25 marzo 1957, quando vennero siglati da Italia, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo i trattati istitutivi della Comunità Economica Europea (CEE) e della Comunità europea per l’energia atomica (EURATOM). Il principale scopo di questi nuovi accordi era la creazione di un'unione doganale, che prevedesse l'adozione di una tariffa doganale comune (effettivamente entrata in vigore nel 1968) nei confronti degli Stati esterni alla CEE e l'abolizione dei dazi doganali interni (in realtà quest’ultima era già prevista nel Trattato CECA, ma limitatamente agli scambi commerciali nel settore del carbone e dell'acciaio).

Le tre comunità ebbero Istituzioni in parte condivise. Comuni erano, infatti, la Corte di Giustizia e l’Assemblea, mentre accanto all’Alta Autorità CECA erano sorte la Commissione CEE, il Consiglio dei Ministri e la Commissione EURATOM.

L’assestamento e l’Atto Unico Europeo

Nel corso degli anni '60, il processo d’integrazione compì notevoli passi in avanti, anche attraverso la firma del Trattato che unificò gli organi esecutivi delle tre Comunità e stabilì il principio dell'unità del bilancio comunitario  (1965). I sei Stati fondatori introdussero un mercato comune per una vasta gamma di prodotti e servizi, e furono avviate le prime politiche comuni nei settori dell’agricoltura e del commercio.

Vi furono tuttavia anche momenti di tensione, come nel 1965, durante la cosiddetta crisi della sedia vuota, dove la Francia, a causa di screzi con la Commissione sulla politica agricola, abbandonò le riunioni del Consiglio per circa un anno fino al Compromesso del Lussemburgo del 1966, grazie all’accordo trovato durante la riunione dei Ministri degli esteri del 28-29 gennaio.

Se il primo decennio di vita della Comunità era servito per la creazione dell’unione doganale, nel corso degli anni Settanta la CEE vide espandere le proprie competenze, la propria struttura istituzionale e i Paesi aderenti.

Nel 1973 Regno Unito, Irlanda e Danimarca (ma non la Norvegia, dove il referendum ebbe esito negativo) si aggiunsero al numero degli Stati europei.

Inoltre, la Comunità si diede nuovi compiti e politiche comuni quali le politiche sociali, e quella regionale, per la cui attuazione fu creato, nel 1975, il Fondo europeo per lo sviluppo regionale (FESR). Venne inoltre creata la Corte dei conti comunitaria.

Sempre negli anni Settanta, la CEE cominciò a porre le basi per una più accentuata convergenza delle economie e per la futura unione monetaria. Primo passo fu la creazione nel 1972 del “serpente monetario”, per meglio coordinare le politiche monetarie degli Stati membri. Nel 1979 venne poi creato lo SME, il Sistema Monetario europeo, il quale aveva come obiettivo la fissazione di bande di oscillazione dei tassi di cambio molto strette per le monete dei Paesi che vi aderivano (il Regno Unito vi entrerà solo nel 1990).

Dal punto di vista istituzionale, invece, sempre nel 1979 si tennero le prime elezioni a suffragio universale del Parlamento europeo, dal momento che prima di quella data i rappresentanti erano nominati dalle singole assemblee nazionali.

La metà degli anni Settanta vide anche la stipulazione dei primi Accordi Internazionali della Comunità con finalità di commercio e aiuto allo sviluppo con i Paesi ACP (Africa, Caraibi, Pacifico), il cui esempio migliore è rappresentato dalla Convenzione di Lomé del 1975, successivamente aggiornata a più riprese e sostituita solo nel 2000 con uno strumento simile siglato a Cotonou.

Il decennio successivo fu contrassegnato da un lato da un allargamento della membership, dall’altro da un approfondimento dell’integrazione economica europea.

Infatti, tra il 1981 e il 1986 entrarono nella famiglia europea Grecia, Spagna e Portogallo, dopo la fine dei regimi che le governavano.

L’impulso decisivo sul versante delle competenze della comunità arrivò invece con due iniziative specifiche. Dapprima venne presentato dalla Commissione europeapresieduta da J. Delors il Libro Bianco per il completamento del mercato interno (1985), in cui venivano affrontati i problemi che ostacolavano la realizzazione dell’unione economica. In seguito, venne concluso il Trattato di Schengen.

Tutto ciò fornì la piattaforma sulla quale venne convocata la conferenza intergovernativa del Lussemburgo, grazie alla quale si pervenne nel febbraio del 1986 all’adozione dell’Atto Unico Europeo, il cui scopo era la realizzazione entro il 1992 di un completo mercato interno europeo, trasferendo anche alcuni ambiti alle competenze dell’Unione (trasporti, energia, telecomunicazioni).




Share Box