L'ALLARGAMENTO DELL'UE: QUALI OPPORTUNITA' PER I PAESI CANDIDATI?




Il processo d’integrazione europea non si è mai arrestato. Dalla nascita della CEE con le prime domande di adesione di Regno Unito e Irlanda, fino al Trattato di adesione firmato dalla Croazia nel 2011 (in vigore dal 2013) i paesi candidati a entrare nell’UE sono stati numerosi.

Per entrare nell’Unione bisogna rispettare determinati criteri. In primo luogo essere uno Stato europeo, motivo per il quale la candidatura presentata dal Marocco è stata respinta. Inoltre, bisogna rispettare i principi democratici di libertà, tutela dei diritti umani e Stato di diritto, cioè garantire la supremazia della legge.

Infine, bisogna rispettare quella serie di standard economici e politici conosciuti come i criteri di Copenaghen. Questi stabiliscono i parametri che uno Stato deve soddisfare per l’adesione all’UE, quali:

• La presenza di Istituzioni stabili che assicurino la democrazia;

• l’esistenza di un’economia di mercato che garantisca la concorrenza;

• l’adesione all’acquis comunitario, cioè il rispetto dei diritti e degli obblighi della legislazione europea esistente.

Attualmente i paesi candidati all’adesione all’UE sono Turchia, Repubblica di Macedonia, Islanda, Montenegro, Serbia e Albania, che ha presentato la propria domanda nel 2009 ma non ha ancora ottenuto lo status di candidato.

Per aiutare e cooperare con i paesi candidati, e permettere a breve l’estensione dei diritti garantiti nell’Unione anche ai cittadini dei paesi in via di adesione, le istituzioni comunitarie hanno creato un programma specifico, lo Strumento di Assistenza Preadesione (IAP).

Lo IAP è lo strumento finanziario del processo di preadesione, il quale concede prestiti e finanziamenti in base alle esigenze e ai progressi compiuti dagli Stati candidati, secondo le valutazioni fatte dalla Commissione. I paesi beneficiari sono suddivisi in due categorie, Stati candidati effettivi, cioè quelli che hanno già iniziato a recepire la legislazione europea adattando a questa la propria (Turchia, Repubblica di Macedonia, Serbia, Islanda, Montenegro) e gli Stati candidati potenziali, vale a dire che non soddisfano ancora pienamente i requisiti di adeguamento alle norme comunitarie (Albania, Bosnia-Erzegovina).

Lo IAP è stato pensato per rinforzare le istituzioni, la democrazia, i diritti di genere e le libertà fondamentali, nonché lo sviluppo economico, le riforme sociali e la ricostruzione industriale.
Si compone di cinque sottoprogrammi ognuno dei quali ha delle componenti progettate per il singolo Stato.

I primi due sottoprogrammi riguardano tutti i paesi beneficiari. Sono l’Assistenza alla transizione e al rafforzamento delle istituzioni mirante al miglioramento di queste ultime e la Cooperazione transfrontaliera, il cui obiettivo è patrocinare cooperazioni transnazionali e interregionali, anche tra i paesi beneficiari.

Gli altri tre sono rivolti unicamente ai paesi candidati effettivi e comprendono lo Sviluppo regionale per prepararsi alla politica di coesione dell’Unione, lo Sviluppo delle risorse umane per preparare il paese alle politiche sociali comunitarie e lo Sviluppo rurale che mira a preparare l’ingresso nella PAC.
Responsabile di questo progetto è la Commissione, assistita da un apposito comitato - il Comitato IAP - che deve garantire il coordinamento e la coerenza del programma, nonché dalla Corte dei conti, che verifica la gestione dei prestiti, i contratti ed eventualmente gli appaltatori.

Un discorso a parte merita la domanda presentata nel 1987 dalla Turchia, la cui adesione appare “politicamente” assai complicata. Lo strumento dell’UE nelle relazioni bilaterali con questa nazione è il “Partenariato di preadesione”, in vigore dal 2001, due anni dopo il riconoscimento alla Turchia dello status di paese candidato. I negoziati di adesione sono incominciati nel 2005. Il partenariato prevede obiettivi di medio termine (3-4 anni) e obiettivi a breve termine (1-2 anni), suddivisi in criteri economici, dialogo politico e capacità di assumere gli obblighi derivanti dall’adesione, cioè l’applicazione e il rispetto dell’acquis comunitario. Per quanto riguarda il settore economico, dalle relazioni della Commissione emerge come la Turchia abbia un’economia di mercato in rapida espansione, pur dovendo migliorare le proprie politiche monetarie, la lotta all’economia sommersa e la stabilità delle finanze pubbliche. Per quanto concerne l’ambito politico, il settore dove si concentrano i problemi più spinosi, esso dovrebbe mirare a incentivare il controllo civile sulle forze di sicurezza, la lotta alla corruzione, la tutela dei diritti umani, in special modo quelli delle minoranze (i curdi soprattutto), nonché la questione dell’isola di Cipro, la cui parte settentrionale si è costituita nel 1974 in Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta solamente da Ankara. Per di più, un ostacolo di non poco rilievo è costituito dal fatto che territorialmente la Turchia è più parte dell’Asia che dell’Europa e una volta membro dell’UE sarebbe lo Stato più esteso e il secondo più popoloso della Comunità, con ripercussioni sui sistemi di voto e sulla rappresentatività all’interno delle Istituzioni europee.




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