L′UNIONE A CAVALLO DEL NUOVO MILLENNIO




Il Trattato di Amsterdam

Il Trattato di Maastricht recava esso stesso nelle sue disposizioni finali (titolo VI) la previsione della convocazione di una conferenza internazionale con lo scopo di aggiornare e migliorare la Carta elaborata nel 1992. D’altronde, ciò era imposto anche dall’elevato numero di Stati oramai parte dell’Unione, che ammontavano a quindici dopo l’ingresso nel 1993 di Austria, Svezia e Finlandia.

Il risultato di tali esigenze si tradusse nel Trattato di Amsterdam, firmato il 2 ottobre 1997 dagli allora 15 paesi dell'Unione europea ed è entrato in vigore il 1º maggio 1999, le cui principali modifiche riguardavano la nuova numerazione degli articoli dei Trattati esistenti e il potenziamento della cooperazione rafforzata come meccanismo per raggiungere quell'“Europa a due velocità” di cui tanto si era discusso, vale a dire differenti livelli d’integrazione degli Stati nell’UE in relazione a diversi settori d’azione.

Per ciò che concerne il primo pilastro, il Trattato di Amsterdam è intervenuto irrobustendo la procedura di codecisione, rafforzando il ruolo del Parlamento e del Consiglio e dando ulteriore importanza al Presidente della Commissione. Nell’ambito del secondo pilastro furono meglio definiti gli strumenti a disposizione dei governi, vale a dire le strategie e le azioni comuni. Le decisioni concernenti la PESC continuavano ad essere prese all'unanimità, procedura che resta la regola di applicazione generale. Gli Stati membri potevano tuttavia ricorrere all'"astensione costruttiva": in altri termini l'astensione di uno Stato membro non impedisce che una decisione venga adottata. Al Segretario generale del Consiglio fu attribuita anche la funzione di Alto rappresentante per la PESC.

Questa nuova figura è incaricata di assistere il Consiglio nelle questioni che rientrano nel settore della politica estera e di sicurezza comune. Vennero inoltre incluse le missioni umanitarie tra le capacità operative dell’Unione (le cosiddette missioni Petersberg, adottate nel 1992).

Infine, le novità di maggior rilievo venivano a trovarsi nel terzo pilastro, dal momento che alcune delle materie attribuitegli (visti, asilo, circolazione delle persone) vennero comunitarizzate, effettuando un “travaso” dal terzo al primo pilastro. Di conseguenza, il titolo VI fu rinominato “Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia Penale”, con lo scopo di garantire ai cittadini comunitari uno spazio di Libertà, Giustizia e Sicurezza. Alla Corte di Giustizia furono anche assegnate competenze per giudicare temi relativi al terzo pilastro e cooperazioni rafforzate. 

Il terzo pilastro, con la nuova configurazione delineata dal nuovo Trattato di Amsterdam, si situava a livello di mera cooperazione interstatale l’azione degli Stati membri nell’ambito di Giustizia e Affari Interni (GAI), caratterizzata ancora una volta dal metodo intergovernativo con atti simili a quelli presenti nel secondo pilastro (posizioni comuni) e altri specifici di questo ambito (decisioni quadro e convenzioni internazionali).

In definitiva, l’Unione europea, pur appoggiandosi alle comunità preesistenti, prefigura una cooperazione esterna con gli Stati membri nel secondo e terzo pilastro. Il motivo di tale anomala costruzione andava ricercato nella volontà degli Stati membri di non cedere del tutto la propria sovranità in settori da sempre considerati sensibili e di competenza interna.

Il Trattato di Nizza

Un’ulteriore tematica per la revisione degli assetti istituzionali e normativi precedentemente definiti, che non era stata inclusa formalmente nel Trattato di Amsterdam, concerneva la struttura da dare all’Unione in previsione di un futuro allargamento ai Paesi dell’ex blocco sovietico e del Baltico, poi realizzatasi con l’ingresso di dodici nuovi membri nel 2004: Bulgaria, Polonia, Repubblica ceca, Romania, Slovacchia, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania e Slovenia, oltre ai due Paesi mediterranei di Cipro e Malta. Nel 2007 sono poi entrate Bulgaria e Romania, portando il totale dei Paesi europei a 27.

Questa rapida crescita di Paesi aspiranti candidati fu alla base della conferenza internazionale che si aprì a Bruxelles nel febbraio 2000 e si concluse col Consiglio europeo di Nizza del dicembre dello stesso anno, che portò alla firma del Trattato di Nizza nel 2001. Come miglioramenti vanno segnalati l’esplicita possibilità d’intervento del Consiglio nell’ipotesi di violazione dei principi fondamentali di libertà e democrazia, ma anche l’ampliamento dei poteri del presidente della Commissione europea.

Fondamentale per la poca visibilità che la materia ha avuto nei decenni passati è stata la proclamazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, preparata dai rappresentanti dei Parlamenti nazionali, del Parlamento Europeo, della Commissione e dei Capi di stato e di governo. La Carta consolida i principi comuni dei popoli europei e delle Istituzioni dell’Unione, rappresentando un notevole passo avanti nel processo d’integrazione, reso maggiormente necessario dal fatto che i diritti umani non avevano avuto un esplicito riconoscimento in ambito comunitario se non in un’ottica economicistica, vale a dire in rapporto alle libertà tutelate dai Trattati.
 




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