MONETA




Le politiche monetarie - Commissario: Pierre Moscovici (Francia)

Genesi della moneta unica

L’integrazione monetaria ha rappresentato finora il massimo sforzo compiuto dagli Stati membri quanto a cessione delle proprie prerogative sovrane, poiché la politica monetaria costituisce uno degli attributi principali di uno Stato. Obiettivi fondamentali in quest’area sono, secondo quanto riporta il TFUE, la stabilità dei prezzi e il sostegno alle politiche economiche dell’Unione.

Già nel trattato di Roma del 1957, come strumenti per garantire gli obiettivi macroeconomici della Comunità vengono individuati il coordinamento delle politiche economiche e monetarie, ma queste ultime rimangono affidate in toto agli Stati membri.

Solo con il Rapporto Werner del 1970 vengono delineati i tratti di una riforma ambiziosa in questo settore. Sempre negli anni Settanta, con la fine del sistema di Bretton-Woods e le due crisi petrolifere di quel decennio (1973 e 1979), si assiste all'introduzione dei due strumenti precursori della moneta unica. Il primo consiste nel cosiddetto “serpente monetario”, tramite il quale i Paesi europei si accordano per contenere le fluttuazioni dei cambi delle rispettive monete entro una banda prefissata.

Fallito questo primo tentativo a causa della prima crisi petrolifera, il secondo strumento monetario creato dai Paesi della CEE è lo SME, il Sistema Monetario Europeo, che sarebbe durato fino al 1992. Le peculiaritài dello SME erano l’ECU (Economic Currency Unit), una moneta virtuale circolante tra gli Stati membri, calcolata considerando un paniere di valute europee rapportate al PIL dei Paesi. Accanto all’ECU era stabiliva una griglia in cui erano inserite le monete nazionali, con un’oscillazione dei tassi di cambio massima prevista del 2,5% in negativo o in positivo. 

Un altro modesto passo in avanti è l’inserimento nel testo dell’Atto Unico Europeo di un capitolo dedicato alla cooperazione in materia di politica economica e monetaria, rinviando alla revisione dei Trattati esistenti ogni ulteriore modificazione in questo settore.

Infine, la strada verso la creazione della moneta unica viene individuata solo nel 1988 con Rapporto Delors, dall’allora presidente della Commissione europea, il quale prevede il raggiungimento dell’Unione Economica e Monetaria in tre fasi. Una prima fase, iniziata nel 1990 e conclusa nel 1993, che ha portato a una maggiore convergenza economica dei Paesi membri e alla liberalizzazione dei movimenti di capitali. Una seconda, tra il 1994 e il 1999, tesa all’integrazione delle politiche economiche, fissando anche regole per evitare i disavanzi eccessivi di bilancio. Una terza, da concludersi nel 2002, che ha infine portato all’adozione della moneta unica e di un organismo europeo cui sarebbe spettato il compito di gestire la politica monetaria comune. Tali idee sono poi state inglobate nel Trattato di Maastricht che prevedeva la creazione di un’unione economica e monetaria, che comportasse anche l’istituzione della moneta unica, entro il 2002.

Per la gestione di questo nuovo settore sono stati creati organi distinti da quelli comunitari e rispetto a questi molto indipendenti. Grazie a questa suddivisione continua a coesistere un parallelismo, nel riparto delle competenze, tra Istituzioni europee e Stati membri. Infatti, le scelte che riguardano l’economia reale rimangono in mano agli Stati, anche se sono sempre più soggette a forme di coordinamento stringente secondo i dettami indicati dal Consiglio. La gestione della politica monetaria è invece trasferita all’Unione e agli organi che la governano (BCE).

Al momento, gli Stati facenti parte dell’area Euro sono: Germania, Francia, Italia, Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Grecia, Austria, Portogallo, Svezia, Finlandia, Irlanda, Lussemburgo, Slovenia, Malta, Cipro, Slovacchia ed Estonia. Per essere ammessi, i futuri membri dell’unione monetaria devono rientrare nei cosiddetti “criteri di Maastricht”, dei parametri di convergenza stabiliti allo scopo di sincronizzare i cicli economici di tutti gli Stati. Secondo il primo criterio, il candidato deve avere un tasso d’inflazione non superiore all’1,5% della media dei tre Paesi più virtuosi. Il secondo stabilisce il rispetto di un tasso di interesse inferiore al 2% della media dei tre Paesi più virtuosi. Infine, il terzo stabilisce che la moneta nazionale deve rimanere, nei due anni precedenti l’entrata nell’unione monetaria, nella banda di oscillazione dello SME.

La politica monetaria viene gestita dai seguenti organismi: il Sistema europeo di banche centrali (SEBC), composto dalla BCE e dalle banche centrali nazionali; la Banca Centrale Europea (BCE); il Consiglio dei ministri economici e finanziari (ECOFIN), con funzioni analoghe a quelle del Consiglio Europeo, ma nelle materie economiche; il Comitato Economico e Finanziario, collante dei vari organi dell’UE; il Consiglio dell’Eurogruppo, composto dai ministri delle finanze dei Paesi aderenti all’EURO, che si riunisce prima delle riunioni dell’ECOFIN.

Le diverse versioni del Patto di stabilità

Il Patto di stabilità e di crescita si inserisce nel contesto della terza fase dell'Unione economica e monetaria (UEM), iniziata il 1° gennaio 1999. L'obiettivo è di garantire che, una volta introdotta la moneta unica, venga mantenuta la disciplina seguita dagli Stati membri in materia di bilancio e di prevenzione di un disavanzo di bilancio eccessivo nella zona dell'Euro.

Il Patto è destinato a garantire una gestione efficace della finanza pubblica nell'area della Moneta Unica, con lo scopo di evitare che la politica deficitaria di uno Stato membro penalizzi la stabilità economica di tutta la zona. Infatti, nell’unione monetaria, è frequente il pensiero che la deviazione da politiche virtuose non sia così pericolosa, dato il “cuscinetto” costituito dalla presenza della BCE e degli altri Paesi. Inoltre, spesso accade che i governi creino in continuazione deficit di bilancio, sia in periodi di recessione per aiutare la propria economia nazionale, che in periodi di espansione economica, per sfruttare le risorse presenti.

Concretamente, il Patto di stabilità e di crescita è costituito da un pacchetto di provvedimenti tra cui la risoluzione del Consiglio europeo adottata ad Amsterdam il 17 giugno 1997 e due regolamenti del Consiglio del 7 luglio 1997, che ne precisano le modalità tecniche (sorveglianza delle voci di bilancio e del coordinamento delle politiche economiche; avvio della procedura relativa ai disavanzi eccessivi). Il rispetto del Patto di stabilità è vincolato ai “criteri fiscali di Maastricht”.
La prima versione del Patto prevedeva perfino criteri più stringenti di quelli elencati, con un deficit di bilancio vicino allo zero, come risultato di un abbassamento strutturale della spesa pubblica indipendentemente dal ciclo economico. La motivazione era di risparmiare maggiormente con un ciclo economico positivo, per spendere di più in casi di cicli economici negativi.

L'attuazione del Patto prevedeva due fasi essenziali sanzionatorie: la procedura di early warning, che consiste in un richiamo preventivo allo Stato trasgressore approvata dall’ECOFIN e la procedura di disavanzo eccessivo, nel caso in cui si continuasse a oltrepassare la soglia del 3% nel rapporto deficit PIL, con l’obbligo di rientro nei parametri stabiliti entro un anno. In caso persistesse ancora la violazione del Patto, era previsto un meccanismo di sanzioni, i cui proventi sarebbero Stati destinati al bilancio comunitario.

Il Patto di Stabilità e Crescita ha funzionato, ricevendo una serie di commenti positivi, fino al 2001, in un periodo particolarmente favorevole dal punto di vista economico per l'Europa. Il successivo peggioramento delle condizioni economiche ha messo in rilievo le difficoltà degli Stati europei a rispettare i criteri previsti dal Patto. L’aspetto più noto all'opinione pubblica consiste soprattutto nello sforamento del 3% da parte di Francia e Germania e nello scontro tra gli Stati interessati e le Istituzioni comunitarie. La Commissione, garante dell'applicazione delle norme del Trattato, dopo la procedura di early warning, avviò la procedura di deficit eccessivo, che non ebbe seguito a causa dell'opposizione del Consiglio. Quest’ultimo, a seguito di una sentenza della Corte di Giustizia delle Comunità Europee, cui si era rivolta la Commissione, è stato considerato colpevole per non aver portato a termine la procedura. Questa vicenda ha sicuramente contribuito alla successiva modifica del Patto, avvenuta nel 2005.

In tale nuova versione, più flessibile rispetto a quella del 1997, l’obiettivo del disavanzo nullo viene fatto dipendere dal ciclo economico e dalla situazione del Paese interessato, senza alcuna sanzione. Inoltre, viene preso in considerazione ogni altro fattore che sia rilevante per la valutazione dello sforamento del valore soglia fissato. Infine, in caso di crescita negativa da parte di uno stato membro ci sono parametri di flessibilità per il riaggiustamento.

La crisi dell’Euro e i nuovi scenari

Il quadro sopra delineato è stato sconvolto dalla crisi che si è abbattuta sull’Europa dal 2008 in avanti, e da cui si tenta tuttora faticosamente di uscire.

In Europa, come del resto negli Stati Uniti, la prima fase della crisi si è caratterizzata come crisi di liquidità: chi creava strumenti finanziari - poi rivelatisi pericolosi - si è trovato senza disponibilità di denaro e non ha trovato nessun altro soggetto bancario disposto a concedergli un prestito, dal momento che le garanzie offerte erano pessime. Questa crisi del mercato bancario si traduceva in crisi dei consumi, poiché i cittadini perdevano potere d’acquisto, in seguito al crollo dei loro investimenti bancari.

In Europa, la seconda fase della crisi si è anche caratterizzata per la crisi dei debiti sovrani degli Stati membri. Era, infatti, una pratica comune l’acquisto da parte delle banche dei titoli emessi dagli Stati, poiché erano considerati a rischio pressoché nullo. Con questa operazione era anche possibile per i governi rifinanziare le proprie economie.

La crisi del debito europeo è scoppiata all’inizio del 2010, in seguito alla notizia che il debito greco era il doppio rispetto a quello comunicato dalle autorità nazionali e successivamente al salvataggio da parte del governo irlandese di un istituto bancario nazionale, operazione che fece impennare il deficit fino al 32%. In questo contesto, divenne impossibile per le banche con titoli di debito sovrano accedere al mercato dei prestiti interbancari, generando in tal modo tensione e contagio della crisi, dal momento che molte banche detenevano tali titoli “tossici”.

La risposta a questi avvenimenti è venuta dai vertici tra i leader europei che si sono svolti dal maggio 2010 in avanti, con l’obiettivo di rassicurare che i titoli europei sarebbero stati solvibili, cioè non soggetti a fallimento, e liquidi, cioè scambiabili.

È stato perciò creato nel maggio del 2010 lo European Financial and Stability Facility (EFSF), un fondo creato per emettere titoli di stato affidabili sui mercati internazionali, con garanzie date dai singoli Paesi. Venne anche previsto lo Stability Market Program (SMP), vale a dire l’intervento diretto della BCE che avrebbe provveduto a comprare i titoli per poi rivenderli lei stessa, al fine di stabilizzare il mercato. Infine, furono previsti prestiti per i Paesi in difficoltà.

Altro vertice importante, che testimonia la criticità della situazione, fu quello del luglio 2011, durante cui si decise un altro prestito per la Grecia, il rafforzamento dell’EFSF fino al limite delle sue capacità e il coinvolgimento degli investitori privati (PSI o Private Sector Involvement), i quali avrebbero acquisito solo una parte del loro investimento, perdendo l’altra, non più esigibile.

Il piano così prefigurato non diede gli esiti sperati, poiché la spirale negativa dei debiti sovrani si ripercosse sui Paesi percepiti maggiormente a rischio, come Spagna, Italia e Portogallo. Questa fu la cosiddetta “crisi di novembre”, che implicò l’intervento della BCE per mezzo dello SMP, al quale vennero affiancate le celebri lettere sulla condizionalità, contenenti le condizioni che uno stato avrebbe dovuto impegnarsi a rispettare per riaggiustare la propria situazione economica.

Nello specifico tra i problemi da risolvere vi era la ricapitalizzazione del sistema bancario, il quale aveva venduto la maggior parte dei titoli tossici per liberarsene, deprimendone perciò il valore e accrescendo il collegamento debito-banche. Altro problema era la Grecia, le cui previsioni di risanamento erano ritenute insufficienti. Infine, ci si era resi conto dell’insufficienza dell’EFSF.

La soluzione trovata nel breve periodo è consistita nel fare della BCE la base dei prestiti a tre anni, attraverso un meccanismo per la creazione di moneta, in modo da dare liquidità alle banche e rifinanziare il sistema.

Nel medio periodo è stato previsto l’utilizzo di un nuovo strumento, lo European Stability Mechanism (ESM), un fondo permanente con capitale già versato dagli Stati (500 miliardi di Euro) e con funzioni simili all’EFSF, da utilizzare in caso di emergenza. A questo si è affiancato il Fiscal Compact, un trattato firmato il 2 marzo 2012 da tutti i Paesi europei ad eccezione di Gran Bretagna e Repubblica Ceca. Questo prevede l’enunciazione del pareggio di bilancio nelle carte costituzionali dei vari Stati, nonché il rispetto di clausole di bilancio che si avvicinano molto a quelle contenute nella prima versione del Patto di Stabilità (1997). 

Nel lungo periodo, sono state avanzate alcune proposte che dovrebbero consentire, tra le altre cose, l’allentamento delle presenti politiche di austerità che stanno rallentando la ripresa.

Le principali proposte riguardano la comunitarizzazione del debito pubblico europeo attraverso l’utilizzo dell’ESM come base per la creazione di un’Agenzia del Debito Europea (EDA), che emetterebbe i celebri Eurobond, cioè di obbligazioni di debito pubblico europee.

In alternativa, è stato anche proposto un sistema creditizio europeo per spezzare il legame banche-debito, attraverso la creazione di titoli di debito europei di breve periodo (Eurobill) da usare per ricapitalizzare le banche, oppure di usare i fondi ESM con lo stesso fine.

Nel marzo 2015 è stato, inoltre, introdotto dalla BCE, su iniziativa dell’attuale presidente Mario Draghi, il Quantitative Easing (QE), Si tratta della creazione di moneta a debito da parte della BCE e la sua iniezione, con operazioni di mercato aperto, nel sistema finanziario ed economico. Ciò determina una politica monetaria espansionistica, che è volta a stimolare la crescita economica e l'occupazione, coinvolgendo la BCE nell'acquisto di titoli governativi con scadenza a breve termine, per abbassare gli interessi medi di breve termine presenti sul mercato.

Inizialmente, tale programma sarebbe dovuto rimanere in essere fino al settembre 2016, ma è stato a più riprese prolungato e, al momento attuale, è stato prolungato fino a tutto il 2017, con una riduzione dell’importo mensile nell’acquisto dei titoli da 80 a 60 miliardi di euro.

 




Share Box