UN'EUROPA AL FEMMINILE




Tra i valori su cui si fonda l’Unione europea, una speciale attenzione è stata riservata dai Trattati all’uguaglianza, in particolare alla parità tra uomini e donne, principio enucleato dagli artt. 2 e 3 del TUE. Questo obiettivo è stato introdotto per la prima volta dal Trattato di Amsterdam, ma già dal 1957 il principio della parità retributiva tra uomo e donna per lo stesso lavoro era previsto dal Trattato CEE (ora si trova all’art. 157 del TFUE), assieme a quello della discriminazione positiva, ovvero della possibilità di accordare condizioni più vantaggiose alle donne, in presenza di certe circostanze.

Alcune disposizioni del TFUE fanno riferimento all’obiettivo della parità tra i sessi in materia di occupazione e impiego - la cosiddetta integrazione di genere (art. 153 TFUE) - e prevedono la promulgazione di leggi per combattere tutte le forme di discriminazione basate sul genere sessuale e qualsiasi forma di violenza nei confronti delle categorie deboli, in particolare delle donne e dei minori.

Alle previsioni dei Trattati è seguita tutta una serie di atti legislativi, in gran parte direttive, la cui adozione è ulteriormente incrementata a partire dai primi anni del 2000, soprattutto con riferimento all’uguaglianza tra uomo e donna in materia di sicurezza sociale (direttiva 79/7; direttiva 92/85; direttiva 96/97), accesso al lavoro e formazione professionale (direttiva 2002/73), accesso ai beni e servizi (direttiva 2004/113).

Anche la Corte di giustizia dell’Unione ha dato un contributo importante a definire nello specifico in che cosa consistano le pari opportunità e la lotta alla discriminazione sessuale. Con riferimento al caso Defrenne II (8 aprile 1976), la Corte ha riconosciuto che il principio della parità retributiva non riguardi esclusivamente il settore pubblico ma vada applicato a qualsiasi contratto di lavoro subordinato, in cui l’aspetto retributivo trovi disciplina nella contrattazione collettiva di riferimento. In relazione al caso Marshall (11 novembre 1997), la Corte ha stabilito che non è preclusa dal diritto dell’UE la previsione, da parte della legislazione interna degli Stati membri, di forme di precedenza nelle promozioni professionali a lavoratrici donne, anche quando i lavoratori di sesso maschile siano in numero maggiore, se ciò non si traduca in un vantaggio assegnato automaticamente e non ci sia esclusione a priori di eventuali candidati di sesso maschile. Con riferimento al caso Barber (17 maggio 1990), la Corte ha inoltre stabilito che, al pari delle retribuzioni,  tutte le forme di pensione professionale sono interessate dal principio della parità di trattamento.

Alla fine del 2006, la promozione delle pari opportunità ha trovato ulteriore sostegno nella creazione da parte del Consiglio e del Parlamento europeo dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (IEUG). Questo organismo si occupa della lotta contro le discriminazione e prepara campagne volte a sensibilizzare la società civile sul tema dell’integrazione di genere, svolgendo al tempo stesso anche attività di assistenza tecnica e di monitoraggio dei dati per le istituzioni dell’Unione. Nel 2013, l’istituto ha portato a termine il progetto “Donne nell’industria dei media in Europa”, i cui risultati sono stati discussi da un gruppo costituito ad hoc durante la conferenza che si è tenuta a Dublino, nel mese di giugno 2013, promossa dall’International Association for Media and Communication Research. Sempre nell’ambito dei media, un’altra iniziativa promossa dall’IEUG riguarda un incontro di studio sul rapporto tra il mondo del giornalismo e della comunicazione e le donne, che vedrà la partecipazione di esperti di comunicazione provenienti da diversi Stati membri per individuare e condividere le pratiche migliori in questo settore. È, inoltre, doveroso ricordare che il 13 giugno 2013 l’Istituto ha presentato a Bruxelles un proprio strumento per calcolare il livello effettivo di uguaglianza tra uomini e donne all’interno dell’UE e dei suoi Stati membri, il Gender Equality Index (GEI).

La parità tra i generi sessuali figura anche come una delle finalità di azione interessate da diversi programmi e strategie adottati dall’UE. Innanzitutto, è stata presente all’interno del programma PROGRESS (2007-2013) per promuovere l’occupazione e la solidarietà sociale. Per tale obiettivo è stato destinato il 12% dei fondi stanziati, pari a circa 658 milioni di euro. Inoltre, la Commissione ha presentato nell’ottobre del 2010 una Carta per le donne, nel cui ambito si è collocata una “strategia per parità tra donne e uomini 2010-2015”, che ha fatto seguito ad una “tabella di marcia per la parità tra uomini e donne 2006 – 2010”, apprezzata per la chiarezza dei suoi obiettivi.

La nuova strategia prevede che l’azione dell’UE promuova la parità sul mercato del lavoro, nel quadro degli obiettivi dell’Europa 2020, in linea anche con quanto stabilito dall’analogo patto europeo sulla parità di genere del Consiglio, riducendo il divario retributivo tra uomini e donne nel prossimo quinquennio, attraverso la collaborazione degli Stati membri.

In particolare, nel dicembre 2015 la Commissione ha pubblicato l'impegno strategico per l'uguaglianza di genere 2016-2019 al fine di monitorare e prorogare la strategia della Commissione per l'uguaglianza tra uomini e donne (2010-2015).

L'impegno strategico si focalizza sui seguenti cinque settori prioritari:

Aumento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro e pari indipendenza economica;

Riduzione del divario di genere in materia di retribuzioni, salari e pensioni e, di conseguenza, lotta contro la povertà tra le donne;

Promozione della parità tra donne e uomini nel processo decisionale;

Lotta contro la violenza di genere e protezione e sostegno delle vittime;

Promozione della parità di genere e dei diritti delle donne in tutto il mondo.

Inoltre, il 26 ottobre 2015 il Consiglio ha adottato il «Piano d'azione sulla parità di genere 2016-2020», che si rifà al documento congiunto dei servizi della Commissione e del Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE) sul tema «Parità di genere ed emancipazione femminile: trasformare la vita delle donne e delle ragazze attraverso le relazioni esterne dell'UE (2016-2020)». Il nuovo Piano d'azione sulla parità di genere sottolinea «la necessità di realizzare pienamente il godimento, pieno e paritario, di tutti i diritti umani e le libertà fondamentali da parte delle donne e delle ragazze e il conseguimento della loro emancipazione e della parità di genere».

Un ulteriore obiettivo consiste nel migliorare l’equilibrio tra i due generi all’interno dei processi decisionali, coerentemente con il progetto già intrapreso dalla Commissione nel giugno del 2008, attraverso la creazione della rete europea delle donne. Quest’ultima rappresenta una piattaforma per scambiare all’interno dell’Unione le buone prassi e per incrementare la presenza femminile nelle posizioni di vertice e di responsabilità a livello politico ed economico. In tale contesto si inserisce anche la campagna EWL 50/50 for Parity Democracy ideata dalla European Women’s Lobby, e appoggiata dal Parlamento europeo, che si è occupato della parità di genere nei processi decisionali e all’interno di organi amministrativi in diverse sue risoluzioni, tra le quali quella adottata il 13 marzo 2012.

Il Parlamento europeo svolge un ruolo significativo nel sostenere le politiche attive di promozione dell’uguaglianza tra uomo e donna nel mondo del lavoro, soprattutto a seguito dell’estensione della procedura di codecisione e in particolare attraverso una commissione apposita, quella per i diritti della donna l’uguaglianza di genere (FEMM). Attraverso tale organismo e il relativo gruppo ad alto livello che si occupa del medesimo ambito, il Parlamento ha dato nuovo impulso al confronto e alla reciproca collaborazione con i Parlamenti nazionali. Le iniziative di questi ultimi in materia di pari opportunità sono state, infatti, oggetto di discussione nell’ottobre 2013 in occasione di una conferenza interparlamentare. Il Parlamento europeo, inoltre, ha favorito in maniera significativa l’adozione della legislazione sulla parità tra uomo e donna in materia di occupazione ed impiego e, in particolare, la direttiva 2002/73. Inoltre, ha appoggiato, in una delle sue risoluzioni dell’ottobre 2010, l’introduzione di un congedo di maternità più lungo e interamente retribuito, pari a 20 settimane.

Tra i tanti aspetti della parità di genere su cui si concentra l’attività del Parlamento, si segnala in particolare quello inerente all’impatto che la crisi economica ha avuto sulle condizioni lavorative delle donne e sulla loro valorizzazione come fattore di ripresa per l’economia. In una risoluzione del 12 marzo 2013, il Parlamento europeo ha invitato gli Stati membri a riformulare le loro attuali risposte alla crisi, che non hanno tenuto in debito conto l’importanza della pari integrazione lavorativa di donne e uomini, in modo tale da garantire che le misure adottate abbiano un raggio d’azione a lungo termine e non compromettano le politiche sociali, riuscendo a stimolare anche una maggiore inclusione delle donne, in particolare delle madri, nel mondo del lavoro. Da ciò deriva l’adozione di nuove metodologie di lavoro, come ad esempio il telelavoro, politiche di formazione e di riqualificazione professionale, e l’aprirsi su nuovi settori in espansione, come ad esempio quello della green economy e dell’Information and Communication Technology (ICT).

Di fondamentale importanza è anche il tema del riequilibrio della presenza femminile all’interno delle piccole e medie imprese. I Paesi dell’UE sono, quindi, invitati a creare dei registri completi delle carenze di manodopera, suddivise per settore, che consentano alle donne di cercare lavoro in maniera più mirata. Nel frattempo, la Commissione, sempre sostenuta dal Parlamento europeo, ha già compiuto alcuni passi importanti per tutelare le posizioni professionali delle donne. Il 14 Novembre 2012 i Commissari hanno, infatti, adottato collegialmente una direttiva che introduce una quota legale vincolante del 40% per assicurare la presenza femminile all’interno degli organi non esecutivi delle società per azioni quotate.

Come sostenuto nella risoluzione del Parlamento europeo dell’11 settembre 2012, la valorizzazione delle donne nel mondo del lavoro passa, inoltre, attraverso l’abbattimento degli stereotipi femminili, soprattutto nel settore dei servizi, contraddistinto dalla presenza di una forte segregazione orizzontale e ripartizione sulla base del sesso. Considerando che in questo ambito persistono forti disparità tra uomini e donne quanto all’utilizzo di internet e delle nuove tecnologie, gli stereotipi continuano a veicolare l’esistenza di lavori maschili e di lavori esclusivamente femminili, correlando a questi ultimi i lavori che le donne svolgono in ambito domestico e quelli che sono ritenuti un prolungamento degli stessi (ad esempio l’assistenza infermieristica e i servizi di pulizia).

Anche la dignità, l’integrità e l’eliminazione delle forme di violenza contro la donna costituiscono una delle priorità dell’azione del Parlamento europeo. Il fenomeno viene analizzato, in alcune risoluzioni, anche congiuntamente a quello della crisi economica. In periodi di forte pressione economica, infatti, si attestano una maggiore frequenza e pericolosità degli abusi. Questi costituiscono oggetto di uno specifico programma adottato della Commissione, Daphne III, i cui fondi pari a 116,85 milioni di euro, sono stati stanziati e utilizzati fino al 2013 e che, a partire dal 2014, sono confluiti nel multiforme programma Diritti e Cittadinanza 2014-2020.

La Commissione, inoltre, si è fatta portavoce di un nuovo approccio politico globale contro la violenza di genere che comprende l’adozione da parte del Parlamento e Consiglio di una nuova direttiva in materia di violenza di genere, l’instaurazione di forme di partenariato e collaborazione con gli Stati membri per attuare misure di prevenzione e corsi di formazione sulla violenza di genere, soprattutto rivolti agli operatori impegnati nel mantenimento dell’ordine pubblico e della giustizia. È, altresì, prevista l’elaborazione di una Carta europea di servizi minimi di assistenza per le vittime, che includa il diritto all’assistenza legale gratuita, l’assegnazione in centri dimora, servizi di assistenza psicologica e regimi di assistenza economica.

Il Parlamento europeo, in particolare, è stato impegnato nell’elaborazione di una proposta di regolamento, approvata il 22 maggio 2013, che permetta alle vittime di violenza basate sul genere di ottenere tutela in qualsiasi luogo si trovino all’interno dell’Unione. Le persone soggette a stalking, violenze domestiche o molestie di vario tipo che abbiano ottenuto protezione in uno degli Stati membri possono usufruire di una protezione equivalente qualora si trasferiscano o viaggino in un altro Stato dell’Unione europea. È prevista, inoltre, una semplificazione delle procedure di richiesta di protezione, che consisterà nell’eliminazione di tutte le formalità intermedie, al fine di permettere ai cittadini dell’UE di ricevere l’assistenza specializzata di cui hanno bisogno in maniera più semplice. La domanda di protezione, infatti, necessita della compilazione di un certificato standard multilingue, che la vittima può ottenere anche se non si trova nello Stato di origine, attraverso una richiesta online o via fax. Inoltre, la persona che lo richiede non dovrà sostenere i costi relativi all’attuazione della procedura negli altri Stati membri e non avrà bisogno di essere assistita da un rappresentante legale. Il regolamento copre anche le minacce all’integrità fisica, psichica delle persone, quelle alla libertà personale, alla sicurezza e all’integrità sessuale e aggiungerà una protezione in materia civile alla direttiva che già garantisce il riconoscimento reciproco delle misure di protezione in materia penale, la cd. Direttiva sull’ordine di protezione europeo (OPE). La proposta prevede, inoltre, la possibilità per la vittima che non conosca la lingua dello Stato presso cui fa richiesta di avere diritto ad un interprete. Agli Stati membri è stato richiesto di avviare campagne di sensibilizzazione per diffondere una maggiore informazione su questa iniziativa e raccogliere dati che permettano di migliorare le potenzialità di questo strumento. La protezione europea contro la violenza di genere è entrata in vigore nel 2015 e rientra interamente nel quadro delineato dalla Convenzione di Istanbul (2011), primo strumento internazionale giuridicamente vincolante sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica.

 




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