UN'EUROPA A PIU' COLORI




La caratteristica principale dell’Unione Europea è il difficile e delicato equilibrio tra la promozione dell'uguaglianza e la valorizzazione delle differenze. L’essenza dell'Unione non consiste nel livellare nazioni e gruppi sociali sotto l’ombrello di un'unica entità sovranazionale, bensì presuppone l’esistenza di valori condivisi e di interessi particolari, nei quali si esplicano la diversità e la specificità dei singoli Stati membri e che non per questo inficiano la legittimità di un’identità comune europea. Questa idea è stata traslata anche all’interno del motto dell’UE, “Uniti nella diversità”. È alla luce di siffatta ambizione che l’Unione affronta la questione del trattamento delle minoranze – siano esse individuabili sulla base di razza, etnia, religione, lingua o nazionalità – ma anche delle categorie cosiddette vulnerabili e degli immigrati. A questo proposito, il Parlamento europeo sta lavorando all’individuazione di nuovi strumenti per agevolare l’inclusione sociale e delle persone di etnia Rom, nell’ambito della strategia quadro dell’UE relativa a questo tema.

L’azione dell’UE nell’ambito della tutela delle diversità investe ormai molti dei suoi settori di competenza, tra i quali si possono menzionare: la protezione e la promozione dei diritti umani, anche attraverso l’opera di monitoraggio svolta dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali; le iniziative di politica estera e di difesa comune intraprese dall’UE anche nei confronti degli Stati terzi; la realizzazione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia, garantendo la libertà di circolazione, la cooperazione negli affari interni e lo sviluppo della politica in materia di migrazione; l'educazione, la cultura, l'informazione ed i media; le politiche occupazionali e sociali.

Diversi sono i riferimenti presenti nei Trattati e nella Carta di Nizza che fungono da supporto all’intervento dell’UE in materia di rispetto della diversità. In primo luogo, si può citare l’art. 2 del TUE, secondo cui l’UE si fonda tra gli altri valori anche sul rispetto della dignità umana e sul rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle minoranze, essenziali per una società che vuole contraddistinguersi per pluralismo e tolleranza e che ripudia tutti i tipi di discriminazione richiamati dall’art. 19 del TFUE. La necessità di contrastare, invece, i fenomeni di razzismo e xenofobia è espressamente prevista dall’art. 67 del TFUE, che attribuisce all’Unione il compito di adoperarsi per garantire un elevato livello di sicurezza attraverso non solo il piano della prevenzione, ma anche attraverso adeguate misure sanzionatorie. Promuovere l’educazione a una cultura del rispetto, della tolleranza e dell’accettazione è sì necessario, ma non sufficiente. All’art. 83, par. 2 del TFUE, infatti, si precisa che il ravvicinamento delle diverse legislazioni penali è indispensabile al fine di assicurare un’attuazione efficace della politica dell’UE in questo ambito. A tal proposito, è necessario adottare direttive al fine di stabilire norme minime in materia di definizione dei reati e di sanzioni.

L’Agenzia per i diritti fondamentali (FRA), che dal 2007 ha sostituito l’Osservatorio sui fenomeni di razzismo e xenofobia per occuparsi di un ambito più vasto, ha segnalato che i dati registrati negli ultimi 5 anni si riferiscono in primo luogo a reati razzisti/xenofobi, seguiti da reati antisemiti, reati legati all’orientamento sessuale individuale e, al fondo della graduatoria, reati estremisti, motivati dalla religione e reati islamofobici. Secondo l’agenzia, tra le persone che appartengono a una minoranza, una su quattro sarebbe stata vittima di reati di odio e a sfondo razziale. Infine, le aggressioni e minacce subite e non denunciate alla polizia potrebbero arrivare a una quota pari al 90%.

L’UE ha elaborato una serie di strumenti per combattere il mancato rispetto della diversità umana. In primo luogo, il Consiglio ha adottato la direttiva 2000/43 che sancisce l’applicazione del principio di parità di trattamento indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica, e la successiva direttiva 2000/78 in materia di occupazione e condizioni di lavoro, che vieta le discriminazioni al momento dell’assunzione tra gli altri motivi per quelli connessi alla religione, alle convinzioni personali e all’orientamento sessuale. La Commissione ha proposto nel 2008 di accordare la tutela prevista dal principio della parità di trattamento anche al di fuori dall’ambito lavorativo mediante una direttiva apposita che, però, non è stata ancora adottata dal Consiglio per la ritrosia di pochi Stati membri, nonostante sia in discussione da anni.

A queste direttive si aggiunge una decisione quadro 913/2008 del Consiglio sulla lotta contro particolari forme di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale, che negli auspici del Parlamento europeo andrebbe ora riformulata in vista di un futuro ampliamento del suo ambito applicativo, anche ai fenomeni dell’antisemitismo, dell’islamofobia, della transfobia, dell’omofobia e dell’antiziganismo. È essenziale, inoltre, che tutti i relativi strumenti di diritto penale dell'UE, tra cui la stessa decisione quadro, siano conformi agli standard internazionali in materia di diritti umani. In particolare, essi devono circoscrivere con chiarezza i comportamenti imputabili e stabilire una gamma di sanzioni graduate di natura amministrativa o penale e di pene alternative come i servizi socialmente utili.

Sempre in materia di reati, il Parlamento europeo e il Consiglio hanno adottato la direttiva 2012/29 che ha previsto un pacchetto di garanzie minime per le vittime di reato. Questo insieme di misure si concreta in forme di assistenza e protezione specifiche, legate alla particolare natura del reato (nella maggior parte dei casi violenze basate su pregiudizi) anche per quanto riguarda lo status giuridico della persona, oltre che per le sue caratteristiche personali.

Nella proposta di risoluzione del 6 marzo 2013, il Parlamento europeo ha preso una netta posizione a favore dell’introduzione del reato di odio (“Hate crime”) sia nell’ambito dei singoli ordinamenti nazionali, sia in ambito europeo. In particolare, ha sottolineato come sia necessario garantire una più ampia raccolta di dati attendibili su questo tipo di reati, ad esempio tramite la registrazione, almeno, del numero di episodi segnalati dal pubblico e registrati dalle autorità, il numero di condanne, i motivi in base ai quali tali reati sono stati considerati discriminatori e sono state irrogate le pene, nonché il censimento presso le vittime in merito alla natura e l'entità dei reati non denunciati, le esperienze delle vittime di reato con le forze dell'ordine, i motivi che inducono le vittime a non denunciare i reati.

Per quanto riguarda la promozione del rispetto dell’orientamento sessuale, il Parlamento europeo ha indetto, con la risoluzione del 26 aprile 2007, la Giornata internazionale contro l’omofobia per il 17 maggio di ogni anno, fornendo una definizione del fenomeno molto ampia, in cui può rientrare ogni forma di atteggiamento pregiudiziale basata sull’orientamento sessuale. Un ulteriore passo in avanti è stato compiuto anche dalla risoluzione del Parlamento, adottata il 24 maggio 2012, in materia di lotta all’omofobia e alla transfobia. Il testo riprende nuovamente i principi fondanti l’Unione europea, della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e quelli contenuti nel Patto internazionale sui diritti civili e politici, nella Convenzione sui diritti del fanciullo e nella CEDU. In questa risoluzione, il Parlamento europeo invita la Commissione a completare il pacchetto antidiscriminazione basato sull'articolo 19 del TFUE, garantendo anche l’inclusione della discriminazione in relazione all'orientamento sessuale in tutti i settori. Inoltre, la direttiva 2004/38/CE garantisce l’attuazione della libera circolazione indipendentemente dall’orientamento sessuale di un individuo. A tal fine, il Parlamento esprime la necessità di predisporre nuovi strumenti che consentano ai documenti di stato civile di produrre effetti in qualsiasi Stato membro, in base al principio del riconoscimento reciproco.

In tale contesto, anche il matrimonio gay ha ottenuto un riconoscimento da parte dell’organo parlamentare dell’UE. I governi degli Stati membri, secondo la posizione espressa dal Parlamento europeo nella sua risoluzione del 13 marzo 2012, non devono essere troppo categorici nell’individuazione del concetto di famiglia, per evitare di incorrere nel rischio di privare gli individui interessati, ma soprattutto i loro figli, dell’adeguata e dovuta tutela. Ciò che il Parlamento ha tenuto ad affermare è il proprio rammarico per “…l'adozione da parte di alcuni Stati membri di definizioni restrittive di famiglia”, in considerazione del fatto che il diritto dell'UE viene applicato senza discriminazione sulla base di sesso o orientamento sessuale, in conformità della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea.

Successivamente, nel marzo 2015, l’Europarlamento ha votato a favore della «Relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo», con 390 voti a favore, 151 no e 97 astensioni, in cui le unioni civili gay vengono dichiarate un diritto umano.

Inoltre, nel 2017, l’Agenzia per i diritti fondamentali (FRA) festeggia il suo decimo anniversario e per tale occasione, durante quest’anno, organizzerà un simposio per riflettere su come i diritti fondamentali si sono evoluti e le sfide che abbiamo davanti. L’Agenzia, inoltre, pubblicherà i risultati di EU-MIDIS II, il più completo sondaggio europeo sulle comunità più marginalizzate in Europa: rumeni, mussulmani e altre minoranze. Ciò permetterà di dare uno sguardo più complessivo sulla situazione dei diritti fondamentali in EU nel decennio di attività dell’Agenzia.




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