UN'EUROPA A PIU' VOCI




La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione afferma all’art. 11, par. 2 il rispetto della libertà e del pluralismo dei media che, introducendo una novità rispetto alle precedenti dichiarazioni e convenzioni in materia di diritti umani, che tutelano la libertà di opinione, espressione e informazione soltanto in via generica. In seguito all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, anche questa previsione normativa ha assunto un significato più pregnante, in ragione dell’equiparazione della Carta di Nizza ai Trattati. Di conseguenza, da un lato è delineabile in capo ai singoli Stati membri un vero e proprio obbligo di proteggere le libertà di opinione, espressione ed informazione, garantendo la libertà dei mezzi di informazione in conformità ai principi sanciti dalle proprie Costituzioni. Dall’altro, qualora in uno degli Stati si presenti un rischio serio o la violazione della libertà e del pluralismo dei media, l’UE è chiamata a prendere le opportune iniziative, utilizzando gli strumenti di azione che le sono riconosciuti dai Trattati a tutela dei valori connaturati a ogni democrazia sanciti dall’art. 2 del TUE.

A farsi portavoce di questa interpretazione è stato, in primo luogo, il Parlamento europeo che è impegnato attualmente nella stesura di una Carta che riconosca norme comuni per proteggere il libero funzionamento dei mezzi di informazione, ed è più volte intervenuto a sostegno dei diritti dei cittadini su tutto il territorio dell’UE in questo ambito. Un caso, in riferimento al quale il Parlamento ha espresso delle perplessità in merito al carattere effettivamente pluralistico dell’ordinamento interno di uno Stato membro, è quello dell’Ungheria. Il quadro normativo ungherese che regola i mezzi di informazione è fortemente cambiato nell’ultimo biennio. Tra il 2010 e il 2012 è stata modificata la Costituzione con riferimento alla libertà di stampa, concepita non più nei termini di un diritto dell’individuo, ma in quelli di obbligo dello Stato. Inoltre, sono stati introdotti meccanismi volti a rendere maggiormente gerarchico il sistema di supervisione dei mezzi di comunicazione.

Nella risoluzione del 10 marzo 2011 sulla legge ungherese sui media, il Parlamento europeo ha auspicato una sospensione di quest’ultima affinché possa essere sottoposta con urgenza a revisione, tenendo conto delle indicazioni fornite dalla Commissione, dall’OSCE e dal Consiglio d’Europa. In particolare, gli eurodeputati hanno richiamato la necessità di una collaborazione parallela della Commissione nel portare avanti un’attività annuale di attento monitoraggio circa la conformità della suddetta legge al diritto dell’UE, in particolare alla Carta dei diritti fondamentali. Al contempo, lo Stato ungherese è stato invitato a eliminare qualsiasi tipo di interferenza che sia suscettibile di minacciare la trasparenza e l’eterogeneità del panorama dei media.

Tramite l’ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei), strumento di democrazia partecipativa introdotto dal Trattato di Lisbona, è nata l’Iniziativa Europea per il Pluralismo dei Media (EIMP) che riunisce diversi stakeholder della società civile in tutta Europa, con l’immediato intento di chiedere l'adozione di una direttiva EU sul pluralismo dei media.

Il Parlamento europeo, già dalla fine degli anni Ottanta, crede fortemente nella necessità di stimolare la crescita e la competitività del settore dei mezzi di informazione, come strumento di salvaguardia dei valori della democrazia e della diversità culturale. A tal proposito, ha sostenuto, sin dalla sua prima adozione nel 1989 e nelle successive revisioni apportate nel 1997, nel 2005 e nel 2010, la direttiva “Televisione senza frontiere”, riuscendo ad ottenere che tutti gli Stati membri possano decidere di trasmettere su canali liberi di alcuni importanti eventi nazionali o internazionali, come ad esempio le Olimpiadi.

Nel 2007, il Parlamento europeo e il Consiglio hanno adottato congiuntamente la direttiva sui servizi di media audiovisivi, applicabile ai nuovi media tra cui internet e i servizi audiovisivi on demand. Essa prevede l’esercizio da parte della Commissione di una sorta di azione di supervisione sulla conformità delle leggi nazionali sui media al diritto dell’UE.

Il Parlamento europeo ha inoltre auspicato un ampliamento dell’ambito di interesse della direttiva al fine di stabilire delle norme minime per la protezione del diritto fondamentale di espressione e di informazione, nonché del valore del pluralismo, nel rispetto dell’approccio in tre fasi (la seconda è stata completata nel 2009) stabilito dalla Commissione per la sua promozione all’interno del territorio dell’UE.
Nelle intenzioni degli eurodeputati, tale estensione di campo dovrebbe arrivare a toccare anche la questione della trasparenza della proprietà dei mezzi di comunicazione, il fenomeno del conflitto di interesse e le concentrazioni. È altresì prioritario per i deputati discutere della disciplina dell’informazione politica attraverso i media, in modo da accordare ai cittadini la possibilità di accedere a diversi punti di vista e pareri al fine di poter liberamente formare la propria coscienza politica, soprattutto in vista di elezioni e referendum.

Nel 2015 la Commissione ha avviato una consultazione pubblica di parti interessate, a cui ha fatto seguito il 25 maggio 2016 una proposta di valutazione REFIT (REFIT è una piattaforma dell’EU che riunisce la Commissione, le autorità nazionali e altri stakeholder per migliorare la legislazione europea) della direttiva sui servizi di media audiovisivi, allo scopo di aggiornare il quadro normativo e di tenere il passo con gli sviluppi recenti.

A titolo esemplificativo, gli elementi chiave della proposta riguardano:
• la modifica del limite per le comunicazioni commerciali da 12 minuti all'ora al 20 % al giorno tra le ore 7.00 e le ore 23.00;
• la tutela dei minori dai contenuti che potrebbero danneggiarli, facendo sì che il regolamento si applichi sia alle trasmissioni tradizionali che ai servizi su richiesta;
• l'estensione delle disposizioni sulle opere europee ai fornitori di servizi su richiesta, i quali devono garantire che nei loro cataloghi figuri almeno il 20 % di opere europee e che a tali opere sia conferita la giusta rilevanza;
• l'applicazione della direttiva sui servizi di media audiovisivi anche alle piattaforme di condivisione di video (VSP), al fine di contrastare l'incitamento all'odio e proteggere i minori dai contenuti dannosi.

Il Parlamento e il Consiglio stanno attualmente riesaminando la proposta della Commissione; con ogni probabilità i negoziati secondo la procedura legislativa ordinaria avranno luogo lungo tutto quest’anno 2017, nell'ottica di raggiungere un accordo prima della fine dell'anno.

Al fine di tutelare in maniera efficace l’indipendenza dell’informazione, il Parlamento è poi impegnato nello sforzo di migliorare le condizioni di lavoro della categoria dei giornalisti. La salvaguardia del libero svolgimento della loro professione dalle interferenze di editori, proprietari o dalle pressioni del potere politico ed economico si ritiene possa essere assicurata attraverso la predisposizione di statuti editoriali o di codici di condotta che impediscano ai proprietari, ai governi o alle lobby di interporsi tra chi si occupa di informazione e i destinatari della stessa. Sempre a tale proposito, gli eurodeputati hanno investito la Commissione del compito di studiare l’impatto della crisi economica sulla categoria dei giornalisti al fine di individuare delle soluzioni per frenare o evitare che la precarietà delle loro condizioni lavorative possa avere delle ripercussioni in termini di minore libertà informativa. Al fine di promuovere anche a livello europeo la dimensione etica della professione giornalistica, è necessario che gli organismi di regolamentazione dei media siano creati all’interno del loro stesso settore e rimangano organismi indipendenti. Infine, in ragione dell’apporto che è in grado di fornire alla democrazia e al rispetto della giustizia, il Parlamento europeo ha espresso il proprio appoggio al giornalismo d’inchiesta.

La valorizzazione del concetto di pluralismo assume nell’azione dell’UE molteplici sfaccettature, non solo legate al diritto riconosciuto ai cittadini dell’UE della libertà di confronto tra diverse fonti di informazione. Il pluralismo nell’accezione fatta propria dall’art. 2 del TUE ricomprende al suo interno anche la promozione della libertà di pensiero e della diversità linguistica e culturale.

Con riferimento al primo dei due aspetti, il Parlamento europeo assegna annualmente a partire dal 1988 il “Premio Andrei Sakharov per la libertà di pensiero” a personalità o gruppi per l’impegno profuso nella difesa dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e, in particolare, delle libertà di espressione. In concomitanza del 10 dicembre, giorno in cui nel 1948 è stata firmata la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo della Nazioni Unite, il Parlamento consegna il riconoscimento unitamente ad un contributo di 50 000 euro durante una seduta solenne che si tiene presso la sede di Strasburgo. L’individuazione dei candidati viene effettuata dai gruppi politici o da almeno 40 eurodeputati. Le commissioni agli Affari esteri e allo Sviluppo votano la lista di tre candidati finalisti, tra i quali il vincitore viene insignito dalla Conferenza dei Presidenti.

Il Premio Sacharov 2016 per la libertà di pensiero è stato assegnato a Nadia Murad e Lamiya Aji Bashar, sopravvissute alla schiavizzazione sessuale da parte dello Stato islamico (IS), diventando portavoce delle donne colpite dalla campagna di violenza sessuale dell'IS. Inoltre, le due ragazze sostengono pubblicamente la comunità yazidi in Iraq, una minoranza religiosa che è stata oggetto di una campagna di genocidio da parte dei militanti dell'IS.




Share Box